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Bye Bye Brussels

Bruxelles, un non vedente sale sulla metropolitana e, a tentoni, cerca un appiglio per non cadere. Una signora belga gli si avvicina gentilmente, lo tocca sulla spalla, indica la sbarra di metallo per tenersi e dice “Signore, guardi che è li’”.


Vi starete chiedendo perché non ho piu’ aggiornato il mio blog. Bene, purtroppo (o per fortuna, mi chiedo) la mia avventura Bruxellese giunge ad una fine. Niente piu’ patatine fritte, o birra, o cioccolato. Niente piu’ statue che pisciano e niente piu’ persone che mi assaltano su Boulevard Anspach come fosse Tortuga. Niente piu’ topi nella mia cucina, francesi che salgono con le scarpe sul tavolo dove mangio, colleghi che disturbano il mio stare su facebook con vuoti discorsi da Eurobubbler. Niente piu’ autunno continuo, pioggia ad agosto e maglione di lana a giugno. Niente piu' poster come questi nelle strade
 
 



(Ovvero: festival per avere piu' bagni pubblici gratuiti nelle strade. Sulla locandina, la celeberrima Bambina che Piscia) 
 
Sarà dura andarmene da Bruxelles.


Ho ancora tante cose da raccontare. Le piccolo manie burocratiche della segretaria e il suo amore smodato per le procedure. I tre rapper che giravano con delle mantelline di Dora l’Esploratrice per far vedere il loro disagio. La pubblicità interminabile e I sottotitoli nei cinema. I frequentatori di Place Lux e I loro discorsi sempre uguali. L’atomo gigante e la finta pagoda di plastica di Laeken.


Ma è per me tempo di voltare pagina. Per la delizia dei miei lettori, la mia prossima tappa prevede di essere altrettanto strana e affascinante, nonché piena di aneddoti.


State in trepida attesa del mio nuovo blog. Titolo provvisorio: “Giupy in Colorado. Là dove volano gli orsi”.


(Spiegazione della barzelletta per i non Belgi: non era purtroppo una barzelletta, ma qualcosa a cui ho davvero assistito. Dio, come mi mancherà questo popolo… )

Le Belgate

Combien de belges il faut pour changer une  ?

- Cinq. Un qui monte sur la table et les quatre autres qui tournent la table.



La primavera è scoppiata nell'animo e nel cuore di tutti i Belgi, cosi' come nell'aria calda e nel cielo limpido di Bruxelles. Essendo questo un evento che raramente accade, presa dalla smania degli aperitivi e della vita all'aperto, ho avuto un attacco di allergia/malattia/morte per cui è da una settimana che parlo come un transessuale. Tra gli eventi rilevanti, possiamo anche sottolineare che per cinque giorni sono stata convinta del fatto che i francesi lavassero la baguette prima di mangiarla e invece mi stavano prendendo in giro. 
Ora capisco come si sentivano i Romani tutte le volte che venivano sconfitti da Asterix e Obelix. 
Essendo che l'avere le vie respiratorie inutilizzabili e tosse da tubercolotica mi incattivisce, ho deciso di incentrare il post su un affascinante quanto scomodo argomento: la poca flessibilità mentale del Belga.
Per illustrare questo fenomeno iniziero' con un caso di cui sono stata testimone. Lezione di Francese, professoressa belga fa fare un test agli studenti stranieri. Al momento della correzione, dice che uno dei compiti non riceverà nessuna valutazione e non è considerato valido. Questo perché nella risposta multipla c'era scritto di CERCHIARE la risposta giusta e lo sciocco studente aveva CROCETTATO la risposta giusta. Cosi' lei non riusciva a capire che cosa quella croce potesse significare. (della serie: secondo te cosa puo' significare? che sono satanista e quindi faccio croci sul foglio GUARDACASO vicino alla risposta giusta?)
Il problema è che il giorno che Dio distribuiva la flessibilità mentale i Belgi erano tutti a Flagey a farsi un cornet di frites. E questo non è poi cosi' grave in se, perché molti popoli- soprattutto nordeuropei- non sono flessibili. Di solito non lo sono perché da loro funziona tutto alla perfezione e non devono, come noi Italiani, arrabattarsi a trovare soluzioni a burocrazie impossibili, leggi idiote e servizi inesistenti. Oltretutto, per noi Italiani arrangiarsi è di solito un pregio, noi lodiamo i furbi e chi riesce a cavarsela in ogni situazione (e se nn avessimo questo vagamente disonesto modo di pensare, non avremmo probabilmente avuto un certo presidente per due decenni). Invece molti altri popoli preferiscono l'onestà, mantengono il loro posto in fila, seguono le istruzioni al dettaglio e sono sempre puntuali. Il problema dei Belgi è che sono pericolosamente in bilico tra questi due atteggiamenti: da un lato sono ostinatamente convinti che non bisogna fare NULLA che non sia strettamente previsto e ADORANO le procedure, ma dall'altra la burocrazia che hanno ti fa venire voglia di suicidarti, le cose funzionano piuttosto male e le metro sono piene di gente che nn paga il biglietto.
Faro' altri esempi di tipici comportamenti belgi che esplicano questa mia teoria. Se fossi una sociologa li chiemerei "Case Studies", ma mi limitero' a definirle "belgate", termino coniato da un amico che vive a Bruxelles da un po'.
L'altro giorno sono andata ad Anversa per fare shopping. Alla stazione, vedo che il mio treno per Bruxelles sta per partire, cosi' mi precipito al binario e il treno per fortuna è ancora li. Faccio per aprire la porta, ma è bloccata. A quel punto il rubizzo capotreno delle Fiandre sporge lentamente il suo faccione dal finestrino e mi fa un segno con la mano. Io immagino mi inviti a provare un'altra porta, cosi' cerco di salire su un altro vagone. Invece vedo che lui scuote lentamente il suo faccione e mi fa segno di andarmene. Solo al momento realizzo che Capotreno ha perso CINQUE minuti per dirmi che lui NON mi avrebbe fatta salire sul treno. Aprirmi la porta gli avrebbe preso probabilmente TRENTA secondi. MA in questo modo ha rispettato la timetable del treno. Creiamoci dei nemici, ma facciamolo rispettando gli orari. Per i treni in ritardo di due ore c'è sempre tempo durante gli scioperi.
Oggi al lavoro mi rendo conto che devo prenotare la meeting room per un'ora, per incontrarmi con una persona. La segretaria belga passa gaia e sorridente vicino alla mia scrivania, cosi' la fermo e le chiedo se puo' inserire questa cosa nel calendario di Outlook. Notare che siamo in DODICI, non è che io lavori per la IBM, e la meeting room è una stanza perennemente vuota dove andiamo a grattarci la pannocchia quando non abbiamo nulla da fare.
Lei a quel punto si incupisce e mi dice: "come, non hai letto le PROCEDURE?" (il che per un belga equivale a un insulto terribile come "cosa sei, ANALFABETA? Sei RAZZISTA? Non ti LAVI?")
Io mi faccio piccola piccola e con umiltà balbetto "no".
Lei allora si piazza davanti al mio computer e mi fa vedere che possiedo un file chiamato PROCEDURE e che è IMPORTANTISSIMO leggerlo.
Poi mi spiega: per un meeting devo compilare un form da lei preparato, con nome, cognome, data, data e ora del meeting, lista dei partecipanti (UNA persona) cose di cui ho bisogno (NIENTE, solo della stanza), cosa voglio da mangiare (NULLA, voglio solo una dannata meeting room) che tipo di meeting è e come si chiama (saranno cavoli miei??). Dopo averlo compilato glielo devo spedire, lei lo analizzerà e poi mi manderà una mail ufficiale in cui mi dice se il mio meeting è stato accettato. Mi ha spiegato tutto questo in un lasso LUNGHISSIMO di tempo, io ho compilato il form, gliel'ho spedito e dopo un po' ho ricevuto una mail della serie "congratulazioni! Ora ho inserito il tuo meeting nel calendario di Outlook".
E la gente dice ancora che a Bruxelles non si lavora.
Ricordiamo che questo è nulla: la stessa segretaria ha annunciato allo staff meeting che se lasciamo in giro i piatti sporchi, lei li butta via. E detto cio' ha preso una pirofila in vetro della mia collega e l'ha buttata in pattumiera. Tolleranza zero contro lo sporco! Inizierò a lasciare in giro i piatti dell'ufficio affinchè lei butti via anche quelli e poi impazzisca perchè deve mettere nel budget i soldi per quelli nuovi. Cane che si morde la coda 2.0.
Un amico mi ha raccontato di aver portato una camicia in lavanderia perché la voleva far stirare. Tuttavia, il prezzo includeva anche il lavaggio. Allora il mio amico ha detto che non era un problema, avrebbe pagato la stessa cifra, ma non c'era bisogno di lavare la camicia, bastava stirarla. Cosi' il commesso della lavanderia è andato in paranoia, perché si è trovato davanti ad un problema insolubile: fare uno sconto al cliente o fargli pagare un servizio non effettuato? Alla fine ha deciso di stirargli la camicia SOLO A PATTO che potesse anche lavarla. Cerchiamo per favore di non evitare lavori inutili.
Lo stesso dilemma assale anche i vari dipendenti dei fast food o dei ristoranti: nel caso per esempio di menu che include primo, dolce e patatine, NON PUOI rifutare le patatine, anche se poi le lasci li le devi prendere lo stesso (e questo, a dirla tutta, mi è successo anche da Spizzico in Italia). Allo stesso modo, ci sono ristoranti dove le patatine fritte sono accompagnamento di altri cibi, tipo le cozze (vedere post sul cibo). Se per esempio io volessi le patatine in una ciotolina come accompagnamento dell'insalata, questo non sarebbe possibile, perché le patatine sono SOLO con le cozze. Anche se tu sei disposto a PAGARLE come contorno a parte, è comunque IMPOSSIBILE. Trust the menu. E non provate a domandare cozze senza patatine: il Belga potrebbe prenderlo come un'offesa mortale alla sua cultura, un po' come per noi gli americani che bevono il cappuccino con la pizza, e sulla pizza vogliono l' ananas.
Ovviamente in questo post mi sono accanita contro alcuni elementi specifici della popolazione belga, io sono contro le generalizzazioni, non è che tutti i Belgi siano cosi' davvero.  Piu' volte mi è capitato di indignarmi davanti alle continue offese e le stupide barzellette francesi contro il popolo belga, che invece è cosi' aperto e disponibile.
Poi ho visto, nell'ex ufficio, la segretaria chiamare gli elettricisti perché non andava la luce in cucina. Dopo un'attenta analisi, il piu' anziano dei due elettricisti ha chiesto "ma signora, ha provato a cambiare la lampadina fulminata?"
"No"
E allora capisci che i Belgi rendono proprio la vita facile ai comici Francesi
(Traduzione della barzelletta per i non francofoni: quanti Belgi ci vogliono per cambiare una lampadina? Cinque: uno che sale sulla tavola e gli altri quattro che la fanno girare)

Vive la France!

Pourquoi les Francais aiment-ils tant les histoires belges?
Parce qu’elles les font rire trois fois: la prenière quand on les leur raconte, la deuxième quand on les leur explique, et la troisième quand ils la comprennent.

Mi è capitato di uscire di casa sabato mattina per andare a fare la spesa e trovare, come ogni sabato, il marciapiede fuori da casa mia ricoperto di vomito, bottiglie rotte, gusci di cozze e altre cose di cui- ne sono certa- non vogliamo sapere la provenienza. Il tutto condito da un cielo color tubo del water e un sospetto odore di pesce fritto. Mi sono quindi detta per un momento che forse dovrei andare a vivere in Francia, dove tutto sommato non si sta male, ci sono le baguette, i croissant, gente come la mia collega che vuole fare sciopero perché nel nuovo ufficio ancora non c’è la macchinetta del caffè (e capite il mio dolore nel bere ogni giorno NESCAFE’ IN POLVERE). Questo sogno di francofilia è piuttosto impossibile perché, si sa, Bruxelles è una grande sabbia mobile, ci rimani dentro e finisci a viverci per sempre, e diventi come certa gente che ancora non si è adattata al Belgio e dice che se ne andrà presto, ma poi quando lo chiedi ti rispondono che sono qui da dieci anni.

Tuttavia, la voglia di esagono, unita ad una divertente uscita con amici d’oltralpe, mi fa introdurre il tema di oggi: le stranezze dei francesi. Lo so, lo so, i più acuti lettori sottolineeranno che il blog sulla Francia già ha avuto il suo tempo, e che questo prometteva di essere sul Belgio. Ma, voglio dire, come si fa a stare troppo tempo senza sfottere i Francesi?

In questo anno e mezzo bruxellese ho avuto il piacere/fortuna/destino/inserire parola a scelta di avere delle coinquiline francesi. Quindi viene inevitabile incentrare il post su un grande argomento, quello dei francesi e della pulizia, grande e insormontabile differenza culturale tra Francia e Italia che, purtroppo, non avrà mai soluzione.

La colazione

L’Italiano (io) si sveglia la mattina, prende un piatto dalla credenza, si accerta che sia pulito, lo mette sul tavolo, ci pone la fetta di pane, prende un coltello, si accerta che sia pulito, spalma la marmellata, mangia, lava tutto, passa la spugna sul tavolo per togliere le briciole.

Il Francese (mia coinquilina) si sveglia la mattina, sale con le ciabatte sul tavolo per prendere le fette di pane che sono ubicate in alto, mette la fetta di pane direttamente sullo stesso tavolo per imburrarla, la mangia assieme a del caffè, lascia li la tazza sperando forse che dal caffè stesso nasca una pianta e lascia li anche tutte le briciole, forse perché si sente sola e i topi le fanno compagnia.

Poi, l’Italiano (I-io) e il Francese (F-la mia coinquilina) hanno talvolta dei dialoghi divertenti:
I: perché c’è della TERRA nella doccia? E’ stata pulita stamattina!
F: ah, ci ho messo i miei cactus a scolare (hai ragione. Comprare un sottovaso sarebbe veramente una spesa enorme)
I: uff, sono TRE SETTIMANE che ho detto al padrone di casa di cambiare l’aspirapolvere che è rotto! Sono stufa di pulire con la scopa!
F: ah, l’aspirapolvere è rotto? Non ho notato. Ultimamente non ho avuto troppo tempo per pulire. (tranquilla, ci pensano i topolini a tirar su le briciole della tua merenda. Non ti serve spazzare. Poi magari assieme agli uccellini ti cantano una canzone e ti fanno un bel vestito.)

E poi, il GRANDE clash culturale: il BIDET

F:perché in Italia voi dite che siamo sporchi?
I (in situazione di evidente imbarazzo): i Francesi sporchi? Noooo, cioè, sarà giusto che non avete… il bidet!
F: Vabbé, ma lavarsi i piedi sarà poi cosi’ importante?

Tutto ciò viene rafforzato dal dialogo con amica francese (F2) che ha un moroso italiano:
F2: ma voi TUTTI usate il bidet in Italia?
I: si
F2: ma non fa bene! Ti potrebbero venire delle malattie! (già. La famosa “malattia della pulizia”. Infatti in Africa i bambini muoiono come mosche perché sono pulitissimi).
Poi voglio dire, tu a Bruxelles non hai un bidet, come fai?
I: soffro
F2: cioè, che poi, è SCOMODO usare il bidet, ti devi togliere tutti i vestiti, e lavarti…(chissà che pena farti la doccia, allora..)
I: be, ma direi che tra tutte è la cosa più comoda che puoi usare
F2: no, puoi usare il LAVANDINO. (a cominciare dal fatto che immaginarmi la scena già mi viene ostico, ma COME puoi pensare che per lavarti certe parti il lavandino sia più comodo del bidet?)
Poi, tutti i Paesi si sono evoluti e hanno smesso di usare il bidet, solo in Italia ce l’avete ancora! (non devi continuare a trovare esempi che certifichino la superiorità antropologica e sociologica del popolo italico. Troppe lusinghe mi imbarazzano)

E arriviamo ad un altro grande vanto della Francia, la baguette. Ho avuto un interessante dialogo con amico Francese (F3)

I: sai, noi abbiamo un po’ questo stereotipo del francese che gira con la baguette sotto l’ascella…
F3 (perplesso, come a dire “e quindi?”): ah, davvero?
I: si be sai, in effetti in Francia forse nelle boulangerie non seguite proprio molte norme igieniche, la gente prende le baguette con le mani, senza mettersi una protezione sui capelli, te la danno senza sacchetto..
F3 (stupito): ma cosa c’entra, la baguette è LISCIA, i germi non si attaccano! (giustissimo. Mandiamo del cibo LISCIO in Africa, cosi’ siamo a posto!).
Poi la baguette è al di sopra delle norme igieniche! (come contrastare questa frase? Hai chiaramente ragione tu)
E di cosa hai paura, che un capello della donna della boulangerie vada sulla tua baguette? (si, esattamente quello. E purtroppo succede spesso e sovente)
E poi, a me fa più schifo pensare che la baguette stia in un sacchetto. (già, perché la tua ascella è sicuramente un posto più pulito. Sarà perché è LISCIA, mentre il sacchetto no)

In tutto questo, concludiamo il post con una considerazione di Amica Francese (F2)

F2: sono sinceramente addolorata al pensiero che certi Italiani ce l’abbiano con i Francesi. Noi non abbiamo problemi con gli Italiani. Fin da piccoli, ci insegnano ad odiare gli Inglesi e a sfottere i Belgi, ma degli Italiani proprio ce ne freghiamo.

Come si può non amarli?

(traduzione della barzelletta per i non francofoni: Perché i Francesi amano tanto le storielle sui Belgi? Perché li fanno ridere tre volte: la prima quando gliele raccontano, la seconda quando gliele spiegano, e la terza quando le capiscono)


Divertirsi alla Belga

“Qu'est-il est marqué sous les bouteilles de bière belges? Ouvrir à l'autre bout.

Ieri pomeriggio il Grande Dio dei Belgi ha deciso di benedirci con un po’ di beltempo. Il che è particolarmente gradito dopo aver passato un week end tra Venezia e Bologna, ed essere ancora in un mood decisamente homesick.

Quando c’è bel tempo, la gente a Bruxelles si diverte ad uscire e prendere dei caffè sulle terrazze dei bar. E qui introduciamo l’argomento di oggi: i Belgi e il loro tempo libero. Come già sappiamo i Belgi adorano ingozzarsi di pesce nelle ore più improponibili del giorno, ma anche prendere immensi caffè allungati che chiamano “lait russe” o te con dentro foglie di menta. Queste bevande non vengono messi nelle tazze, ma nei bicchieri di vetro. Perché succede questa cosa? Purtroppo non ci è dato saperlo. Ciò che so, è che bere un te da un bicchiere di vetro è curiosamente vicino alla tortura, perché come ci insegna la fisica il vetro è conduttore di calore e ti provoca ustioni di terzo grado alle dita. Così sei obbligato a rimanere li a guardare il tuo caffè finchè non si raffredda abbastanza da poter prendere in mano il bicchiere, e a quel punto, essendo per l’appunto freddo, fa schifo. Anche più di quanto non farebbe schifo un normale caffè cattivo con due litri di latte. Certe volte il barman ti appiccica un cioccolatino sul manico del cucchiaio. Anche qui entrano in gioco le leggi del calore: se il caffè è bollente, il calore sale, fonde il cioccolatino, e quando tu cerchi di mangiarlo è diventato una pappa vischiosa che devi leccare via dalla stagnola ingollando anche pezzi di carta.

Quello che è veramente importante per i Belgi, tuttavia, è la birra. Un po’ come il pesce, la birra è sempre gradita, a pranzo, a cena, a merenda, come aperitivo, da soli o in compagnia, per grandi e piccini. Ci sono più di duemila birre in Belgio, da quelle alla fragola fino a quelle talmente dense da aver l’impressione di mangiare del malto. Le birre trappiste si chiamano cosi’ perché sono fatte dai monaci trappisti. Sembra che questi monachelli in passato non avessero molto da fare e nemmeno molto da mangiare, cosi’ si sono messi a produrre queste birre e bersele. Alcuni codici monacali di qualche secolo fa spiegano che i monaci non dovrebbero bere “più di cinque litri di birra al giorno”. CINQUE litri? Capisco che un convento sulle colline belghe sia il posto più noioso del mondo, ma con più di cinque litri di birra al giorno puoi davvero assicurarti di vedere il Signore, e probabilmente vederlo a forma di bicchiere oblungo della Qwak.

Ai Belgi oltretutto piace stare all’aperto. Il che sarebbe comprensibile se vivessero, che so, in Spagna, o in Italia, in qualsiasi posto dove non piove ogni minuto. Tuttavia i Belgi appena vedono un piccolo raggio di sole si piazzano con la loro pinta di birra fuori dai locali, pateticamente attaccati ai funghetti scaldini che in realtà non scaldano, sfidando stoici le intemperie. E uguale succede per i picnic: se un Belga vuole fare un picnic lo farà anche sotto l’acqua, si mette la sua brava mantellina, tira fuori il suo cappello e addenta il suo panino ignorando il fatto che presto diventerà tutto un grande pan bagnato.

Non bisogna essere un genio per capire che, se la gente beve litri di birra al freddo, le toilettes sono posti piuttosto frequentati. E qui arriva una figura fondamentale della belgitudine: Madame Pipi  Essa è una donna di solito vecchia e molto simile alle streghe cattive dei racconti per bambini. Per rendere onore al suo aspetto, è normalmente arrogante, aggressiva e cattiva, soprattutto perché SA di detenere il potere e di poter decidere della tua vita. Madame Pipi sta in agguato davanti ai gabinetti e ti obbliga a pagare cinquanta o settanta centesimi per andare in bagno, facendo leva sul fatto che nessuno ha voglia di morire come Tycho Brahe (per chi non lo sapesse: uomo tristemente noto per essere morto in seguito al fatto che gli è scoppiata la vescica). Quando vai in discoteca nei posti civili ti fanno un timbro sul polso per poter uscire e rientrare. In Belgio invece puoi scegliere di pagare un euro e avere un timbrino che ti permette di andare in bagno tutta notte, cosa particolarmente pratica se sei ubriaco e non ti va di vomitare nei vasi di fiori. Ovviamente non importa se tu hai già pagato la tua birra, il tuo pranzo o il tuo biglietto, bisogna anche pagare il bagno. Questo vale anche per i teatri o il cinema che già di per se costa dieci euro.
In Belgio la pipi’ è talmente importante da diventare un business.

In tutti i momenti in cui ci si sente tristi e depressi in un posto che non è il Belgio, ci si può sempre consolare pensando a due cose: 1) Il costo della vita sarà alto, ma posso bere tutto il caffè e tutta la birra che voglio senza dover fare un mutuo o cercare un'aiuola; 2) la crisi colpisce tutti, ma almeno il mio lavoro non è quello della Madame Pipi.

(Traduzione della barzelletta per i non francofoni: cosa c’è scritto sotto le bottiglie di birra belga? Aprire dall’altra parte)

Bruxellisation

Savez-vous quel est le meilleur moyen contraceptif chez les Belges?
Le lance-pierres; pour tirer sur les cigognes !


Mentre l’Italia è scossa dalle tormente di neve, anche il Belgio è rimasto bloccato per il freddo. Avete presente quando in Italia nevica un po’ e dal panettiere o in edicola si sentono sempre gli stessi discorsi “Qui nevica e bloccano tutto, invece al nord sono attrezzati per queste cose, hanno le catene, gli spazzaneve”? Ecco, consolatevi nel sapere che il Belgio come organizzazione è uguale all’Italia. Ovvero ogni volta che nevica tutto è bloccato stile sciopero generale, l’anno scorso i voli non partivano perché non avevano il liquido antigelo, quest’anno dopo un’ora di nevicata i marciapiedi erano lastricati da uno strato di ghiaccio più spesso di quello della pista di pattinaggio di St Catherine.  Faceva cosi’ freddo che la pipi’ degli ubriachi si congelava sui muri. I Belgi si difendono dicendo che loro non sono abituati alla neve, perché non nevica mai. Ho fatto solo due inverni qui, e ha sempre nevicato. Capisco se arriva un Siciliano e mi dice che da loro non nevica mai, o perfino uno di Roma, ma Belgi miei amatissimi, vi siete accorti a che latitudine vivete? Cazzo pensate di essere, a Marrakesh?

Nel frattempo, sono anche andata per lavoro ad Hannover, fredda e ridente cittadina teutonica di cui non ho visto quasi nulla ma dove ho mangiato grande quantità di zuppe. Ho però ammirato il grazioso stile delle case germaniche, che mi da lo spunto per dare il via al topic di questo post: l’architettura.

La Grand Place è considerata, a ragione, una delle piazze più belle d’Europa, e Bruxelles è famosa per le sue splendide case Art Nouveau, come la Maison Horta. Però la maggior parte delle persone interrogata su Bruxelles, dirà che a) Fa schifo e b) Ha come monumento principale il Manneken Pis. Questo succede perché, prima di tutto, i Belgi hanno un pessimo modo di farsi marketing. Secondariamente, i Belgi adorano il kitsch, non sono in grado di valorizzare le cose belle e soprattutto hanno lo stesso senso estetico di quelle vecchie che spendono una fortuna in nani da giardino e tende all’uncinetto.

Come i Belgi non si sanno vestire, cosi’ non sanno costruire le case in modo sensato. Per loro è del tutto normale avere un edificio d'epoca vicino ad un casino con le luci al neon, cosi’ come una strada che sembra uscita dalla Belle Epoque di Parigi in mezzo alla peggior banlieu dove la gente ti uccide, o il pacchiano negozio cinese incastonato in un palazzo antico in rovina. Normalmente le grandi città hanno un centro bello e chic dove nessuno abita perché costa troppo, una periferia un po’ squallida e delle banlieu dove è meglio girare armati di coltello. Invece Bruxelles non ha nessun criterio: in centro ci sono strade che invidierebbero il Bronx, e di fianco ad orride periferie ci sono le ville costose dei funzionari europei. Chi è abbastanza poco fortunato da perdersi nel quartiere della Gare du Nord (io) potrà ritrovarsi prima in mezzo a nuguli di donne in burka, e subito dopo nel quartiere a luci rosse con le vetrine stile Amsterdam. Perché Bruxelles evidentemente non ama le mezze misure.

In architettura c’è addirittura un termine per indicare quest’accozzaglia disomogenea di case belle e case brutte: Bruxellizzazione. Mi consola sapere di non essere l’unica ad essermi accorta che questo fenomeno fosse peculiare.
Sembra poi che i Belgi abbiano questo problemino con lo stile da un po’ di anni. In centro, per esempio, c’è la Galerie St Hubert che unisce la Grand Place alla Cattedrale, ed è bellissima e piena di negozi che fanno waffle e cioccolato. Intorno le strade sono orrende. Lo scopo per cui la galleria è stata costruita è, in realtà, proprio questo: quello di creare un passaggio piacevole tra due posti belli visto che di fianco c’era lo schifo. Rimettere a posto le strade limitrofe no?

Oltretutto, come succedeva anche in Olanda, in Belgio le tasse sulle case si pagavano in base alla larghezza di queste, e non in base all’altezza. Con il risultato che io abito in una casa di quattro piani con UNA stanza per piano, e con delle scale che posso salire solo con l’aiuto di ramponi e funi. Se non altro è un buon deterrente contro l’alcol: se torno a casa ubriaca so che cadrei per certo dalle scale e morirei, quindi il mio fegato ringrazia.

Ma la perla, la meraviglia di Bruxelles è il Quartiere Europeo, dove ho il piacere di lavorare. Il Quartiere è nato cosi’: un giorno Shuman e gli amici suoi hanno deciso di mettere in piedi l’Europa, e hanno scelto una città inutile e neutrale per farlo, Bruxelles. All’epoca Bruxelles doveva essere una merda, quindi a nessuno interessava troppo il suo destino. Al che hanno scelto il quartiere più brutto e l’hanno raso completamente al suolo, ricostruendolo in modo del tutto artificiale. Evidentemente il signor Shuman amava il monopoli, perché i nomi delle strade sono “via del commercio” “via della scienza” “via dell’industria”. Alle volte il mattino quando arrivo alla metropolitana di Arte e Legge mi chiedo se devo tirare il dado per comprare degli hotel, o passare dal via.
In tutto il quartiere c’era UNA cosa bella, la stazione, che è stata parzialmente inglobata dal Parlamento, che deve oltretutto aver assorbito tutto il buon gusto disponibile al momento. Perché poi, infatti, hanno costruito la Commissione, l’edificio più brutto degli ultimi sessant’anni, cosi’ brutto che ho l’impressione che se anche mi mettessi d’impegno per fare una cosa brutta mi verrebbe più bella. Basti pensare che la maggior parte delle persone che lo vedono per la prima volta dicono “oh, ci sono i lavori in corso”.  Invece no, è finito.
Per compensare questa bruttezza i funzionari della Commissione guadagnano cinquemila euro al mese, e a quel punto l’edificio dove lavorano diventa improvvisamente la corte di Versailles.

(Traduzione della barzelletta per i non-francofoni: sapete qual è il contraccettivo preferito dai Belgi? La catapulta, per tirare sassi alle cicogne)

Pausa pranzo

Comment rendre un Belge fou ?
- En le mettant dans une pièce ronde et en lui disant qu'il y a une frite dans le coin !

 Grazie al fatto che Vale è venuta a trovarmi, ne ho approfittato per fare un po’ di turismo in questo meraviglioso Paese che è il Belgio. Siamo state a Bruges e soprattutto Ghent, dove facevano il Festival delle Luci. Il suddetto festival è un’idea molto carina, ideale per illuminare un po’ il buio perenne delle Fiandre: giochi di luce sui canali, sui palazzi e un percorso da seguire con varie animazioni e una discreta dose di pacchianeria diffusa che ci piace sempre. L’unico problema è che il festival è stato progettato senza tener conto del fatto che il pubblico era, appunto, belga. Per esempio, gli ideatori avevano creato una specie di scoglio luminoso in un canale dove veniva fatto uno spettacolo di luci di circa un paio di minuti, e che si ripeteva tutto uguale per tutta la notte. Gli spettatori, colti da evidente autismo o speranzosi che lo spettacolo cambiasse, rimanevano tutti incollati al ponte ad aspettare di vedere di nuovo lo stesso identico spettacolo e farne delle foto, impedendo alle altre persone di passare. Nel contempo, famiglie con cinque bambini, due passeggini e quattro cani cercavano di farsi largo a spintoni creando un effetto da concerto dei System of a Down. Ho per un momento temuto il collasso degli organi interni e la rottura di un paio di costole.
Il fatto che fosse un festival prettamente per Belgi era sottolineata anche dai volantini informativi solo ed esclusivamente in fiammingo. Evviva l’ospitalità.

 Per il resto, visitare un Paese vuol dire anche soffermarsi sulle abitudini sociali dei suoi abitanti, che sono ben esemplificati dalle abitudini alimentari.
Come tutti sappiamo, le cozze sono il cibo principale della Belgique, e il pesce viene mangiato un po’ a tutte le ore. Il che sembra un modo di dire, ma non lo è: davanti a casa mia c’è il celeberrimo Mer du Nord, un chiosco che serve zuppa di pesce, crocchette di gambero e altri amici di Ariel fatti in padella, il tutto con vino bianco. Mi capita alle volte (poche) di svegliarmi alle dieci la domenica mattina e di voler iniziare bene la giornata comprando dei croissant. Mentre cammino verso il fornaio con l’unico sogno di un cappuccino, vedo torme di Belgi che si affollano in piedi alla Mer du Nord, il più delle volte avvolti in cappotti impermeabili e scossi dalle intemperie (guardare post sul tempo), a bere avidamente la loro zuppa di pesce. Che pasto è la zuppa di pesce alle dieci del mattino? Colazione? Pranzo? Brunch? Post Hangover? Continuano a mangiare pesce per tutto il giorno, fino all’incirca alle sei di sera. Che è esattamente il momento in cui mi dico “mmm, sarebbe sfizioso mangiare una crocchetta di gambero con del vino bianco come aperitivo”. A quel punto la Mer du Nord chiude. Perché mangiare pesce per cena è stupido.

 Un’altra abitudine dei Belgi è quella del pranzo al lavoro. Ovviamente la maggior parte delle persone non ha tempo di tornare a casa a pranzare, e quindi prende un panino oppure un sandwich. Tra le due cose c’è una sostanziale differenza: il panino, chiamato “panini’” in francese, è quello che si può trovare in qualsiasi bar italiano, solo orrendamente più costoso. E’ una ciabatta con dentro formaggio, verdure e affettati, scaldata sulla griglia, che permette al trattore italiano o pseudo tale di guadagnare più o meno onestamente cinque euro. Il sandwich invece è una baguette abbastanza secca tagliata a metà, e riempita con delle salse. Le suddette salse rispondono al bisogno dei Belgi di mangiare cose malsane, e soprattutto di non dover perdere tempo a masticarle. Un normale panino al tonno contiene maionese, uova, tonno, olio, pomodori, magari insalata. Perché non rendere tutto più semplice FRULLANDO assieme questi ingredienti e spalmandolo copiosamente sul pane? Oltretutto cosi’ la baguette perde quel residuo di croccantezza che aveva e viene anche più facile da mandar giù. La maggior prelibatezza è la salsa americana, carne cruda tritata con oggetti non identificati sott’olio.
Una volta sono andata in un Posto da Sandwich e ho chiesto una baguette con SOLO formaggio, pomodoro e un po’ d’insalata, SENZA salse. L’uomo mi ha guardato sconsolato e, un po’ titubante, mi dice “Guarda che però costa uguale”. Alla fine, impietosito, mi ha fatto lo sconto di DIECI centesimi.

 Un’alternativa al sandwich è quella di prendersi un’insalata al supermercato, tipo Bonduelle. La prendo, la apro, getto la salsa orrenda fatta probabilmente con maionese e scorie radioattive e ci metto contenta il mio olio d’oliva. Inizio a mangiarla ed è una normale insalata verde, con pomodorini, formaggio, noci. Arrivo a metà e noto qualcosa di strano, come della..pasta stracotta. E non solo: pasta affogata in una salsa bianca e indefinita con qualche sporadico chicco di mais qua e la. E solo li mi ricordo che per i nostri amici francofoni la pasta è una verdura. Ho l’impressione che i bambini francesi e belgi si aspettino di andare in campagna e trovare l’Albero delle Penne e il Cespuglio dei Maccheroni.

 Cigliegina sulla torta, i francofoni amano parlare di cose disgustose mentre mangiano. Al momento non lavoro con molti di essi, ma nel vecchio ufficio era un classico mettersi a tavola, infilarsi in bocca una forchettata di cibo e sentire discorsi tipo:
“Ieri mio figlio ha vomitato”
“E’ tutto il giorno che ho la diarrea”
“Mi è venuta una verruca orribile sul piede”

Avendo anche delle coinquiline francofone, alle volte gli stessi discorsi si ripetono la sera a casa:
“Sai che una volta ho trovato un cadavere di topo in bagno e aveva l’aria di essere li da un po’?”

 Grazie, cosi’ il gusto cattivo del sandwich molle e dell’insalata con pasta stracotta diventa improvvisamente un problema secondario

(Traduzione della barzelletta per i non francofoni: Come rendere pazzo un Belga? Mettendolo in una stanza rotonda e dicendogli che c’è una patatina fritta in un angolo)

La moda del Belgio

Une dame belge fait des emplettes à la Samaritaine. Elle va trouver le chef de rayon et se plaint qu'aucun des chapeaux qu'elle a essayés ne lui va. Il répond : Madame, la chapellerie c'est au deuxième étage. Ici vous êtes aux abat-jour.

Pervasa dalla gioia immensa di avere un nuovo lavoro dove la gente non sembra-almeno per ora-fuggita da un manicomio criminale e il frigo è sempre pieno di gratis e gustoso gibo, mi sono auto-regalata un week end ad Amsterdam. Mi permetterò quindi una piccola digressione sui simpatici olandesi, partendo dal fatto che sono andata a vedere il Museo Van Gogh. LO SO che TUTTI dicono di andare ad Amsterdam per il museo di Van Gogh, la differenza però è che io ci sono andata davvero. Anzi, abbiamo anche prenotato i biglietti in anticipo. Arriviamo puntuali alle 10, apertura del museo, e scopriamo che-tragedia!- non funziona la macchina per fare i biglietti. E qui iniziano i problemi: al museo vanno in tilt, potrebbero volerci ORE per aggiustarla e quindi decidono che NESSUNO può vedere i girasoli quel giorno. Nemmeno chi ha già il biglietto. Ritorniamo dopo un giretto in battello sui canali, e scopriamo che la politica è cambiata, e finalmente si sono resi conto che chi ha GIA’ il biglietto può entrare, perché NON ha bisogno della macchina emetti-biglietti. Gli ci sono volute solo due ore per capirlo. Ho come l’impressione che il giorno della distribuzione della Flessibilità Mentale, il Benelux non fosse nei pensieri di Dio.

Ad Amsterdam mi sono poi dedicata allo shopping. Uno potrebbe pensare: vai due giorni in una delle più affascinanti città europee, e senti il bisogno di comprare vestiti? Si. Perché a Bruxelles, purtroppo, il concetto di “buon gusto” è vagamente simile a quello di “sole”. In teoria c’è, ma nessuno lo vede.

Avete mai sentito l’espressione “Ti vesti bene come un Belga”? No? Bene, c’è un motivo. I Belgi, purtroppo, non si vestono molto bene. Mi è capitato più volte di trovare gente che mi dicesse “Oh, come sei elegante, si vede che sei italiana”. No, non sono elegante, semplicemente mi sono messa dei colori che stanno tutti bene tra di loro, e ho evitato di infilarmi la maglietta di topolino sotto un tailleur, o la carta da parati di mia nonna al posto della giacca. Nulla a che vedere con la genetica o il Bel Paese, è solo che non sono daltonica.

Questa incapacità dei Belgi di vestirsi viene rispecchiata dai loro negozi. A costo di sembrare frivola, devo ammettere che in ogni città che visito cerco la via dello shopping, e cosi’ ho fatto a Bruxelles. Sono andata a Rue Neuve che, durante il week end, assomiglia vagamente al canyon dove passa la carica degli gnu che ha investito il papà di Simba nel Re Leone.  E che negozi ci sono a Rue Neuve? H&M. Almeno cinque H&M, uno dopo l’altro, uno più pieno dell’altro, con le ragazzine che lottano davanti ai camerini e le ciccione che si spogliano negli angoli. Io voglio bene ad H&M, ma POSSIBILE che debba esserci solo quello? Fanno capolino sparuti giusto Mango e Zara, e si nota la penosa assenza di Accessorize, Bata, Intimissimi.

 Mi capitava a volte, a Bologna o Milano, di ridere delle giacche da domatore di elefanti o dai vestiti da anaconda di H&M. Mi sono sempre chiesta chi comprasse questi articoli orrendi. Ora lo so: i Belgi. Quando si va fare shopping con una Belga è meglio evitare di afferrare un vestito leopardato sintetico di paillettes arancioni e dire “ahah, guarda questo!”, perché lei potrebbe guardarti con occhi vuoti e dirti “A me piace. Ne ho a casa uno uguale e l’ho usato al matrimonio di mia sorella”.

La caratteristica dei negozi belgi, che ho riscontrato anche a Parigi e in molti altri Paesi del nord, è la sporcizia. Entri nei camerino e vedi PALLE DI POLVERE rotolare intorno a te che nemmeno le balle di fieno del Far West. A questo punto uno si chiede: perché in Italia non succede? Voglio dire, comprendo che sia faticoso tenere pulito un H&M quando tutta Bruxelles ci si è riversata dentro, ma come si fa a produrre MUCCHI di sporco? Sono i clienti che si disintegrano e lasciano dietro parti di se? Sono i commessi che non sanno dove buttare la propria polvere e la gettano nei camerini? E’ fatto apposta cosi’ tu non ti accorgi che la gonna che provi fa schifo perché sei troppo impegnata a tentare di non prendere il colera e a fare in modo che il grande blob di sporco non ti fagociti?

In realtà esiste una ben precisa moda belga, e si può trovare per esempio ad Anversa, capitale del Design. Oppure, su Rue Danseart, giusto dietro a casa mia. Questa moda non si può veramente descrivere come lo stile bobo parigino, o il vagamente alternativo-posh british. I Belgi che vogliono essere alla moda rispecchiano il loro essere un popolo strano, e si vestono in un modo non eccentrico, non vistoso, ma STRANO. Per esempio, azzardano colori improbabili, si mettono pantaloni a pinocchietto con calze ridicole, occhiali che farebbero invidia ad Harry Potter e anelli con su pezzetti di Lego. Mancano giusto gli orecchini fatti con le cozze, ma non lo direi tanto forte, perché qualcuno potrebbe pensarci.

Ci sono poi i negozi frequentati dagli Africani. Andarci a provare dei vestiti è una divertente esperienza, da dove puoi uscire trasformata in una sosia di Rihanna sbiadita e scopri di avere lo stesso fisico di una scopa di saggina. Tu donna bianca puoi essere convinta di avere un sedere, dei fianchi e un seno, ma non è NULLA a confronto di quello che hanno le nere, e provando i loro vestiti non fai che pensare “cosa c’è di sbagliato nel mio fisico? S”. E’ però consolante scoprire che i miei capelli rimangono più o meno a posto con tre colpi di spazzola, mentre le africane si infliggono torture inenarrabili facendosi treccine e appiccicandosi capelli posticci di qualcun altro, di solito un brasiliano. E’ comodo potersi togliere lo chignon posticcio prima di andare a dormire, un po’ meno comodo se inizia a caderti a metà della giornata.

E ora è meglio che mi metta a preparare i vestiti per una nuova settimana di lavoro dove, fortunatamente, ho una variegata selezione di diversi colleghi più o meno immersi nella EuroBubble e che, sicuramente, mi daranno eccitanti ispirazioni per questo blog.

(traduzione della barzelletta per i non francofoni: Una signora belga fa acquisti alla Samaritane. Va a cercare il capo reparto e si lamenta che nessuno dei cappelli che ha provato le vada bene. Lui risponde: “Signora, il reparto cappelli è al secondo piano. Qui ci sono i paralumi”) 

Sweet Belgium

Un belge dans un café demande au serveur : - Pourrais-je avoir une fois encore un morceau de sucre? - Mais monsieur je vous en ai déjà apporté dix ! - Et alors ? C'est pas de ma faute s'ils fondent tous.

La vita è meravigliosa. Finalmente, anche io ho avuto diritto alla mia festa d’addio in ufficio. Le mie colleghe (belga, ovviamente), quando il contabile africano si è licenziato per andare in Congo, gli hanno ordinato cibo africano. Quando la segretaria libanese è stata a casa per il congedo maternità abbiamo mangiato falafel libanesi. Nel mio caso, ho avuto diritto a dei ravioli italiani, perfettamente coerente con la logica “per festeggiarti spendiamo un sacco di soldi in cibo che potresti mangiare a casa cucinato da te più buono”.

Poi le colleghe mi hanno regalato tanti gadget con il logo della Società. Li ho accolti con gioia, perché almeno posso dargli fuoco o farli a pezzi in impeti di rabbia. Non credo tuttavia che me li abbiano regalati con questo scopo.
Ad ogni modo, dire al capo che odi come una tenia tentacolata “No, non ci possiamo vedere lunedì perché MI SONO LICENZIATA” non ha prezzo. Così come sentire la collega più stronza dirti che capi così nella tua vita li troverai sempre, e pensare che tu non dovrai più vedere la sua brutta faccia, mai più nella vita. Ne del capo, né della collega.

La vita è cosi’ meravigliosa che ho deciso di dedicare il post alla cosa più bella del Belgio: i dolci. Oltretutto, questo mi permette di ricollegarmi al tema natalizio, e alla festa dell’Epifania. Invece della Befana, i Belgi festeggiano i Re Magi, cosa filologicamente più giusta. Non mi risulta infatti che a far visita al Bambin Gesu’ ci fosse una vecchiaccia su una scopa.
Per festeggiare i Re Magi, i Belgi mangiano la Galette des Rois, una torta di frangipane un po’ stopposo con una quantità inenarrabile di burro e calorie. Il bello della Galette, tuttavia, è il giocone che ci sta dietro: al suo interno sta nascosto un piccolo personaggio, e chi lo trova è il re e deve mettersi una corona. Tradizionalmente, per impedire che le genti barino, il bambino più piccolo viene bendato, messo sul tavolo e gli si fa distribuire le fette senza guardare.
Quando l’abbiamo fatto in ufficio, ho realizzato di essere la più giovane e di dover assumere questo ruolo ingrato. Fortunatamente mi hanno risparmiato il salire sul tavolo.
E fortuna ancora maggiore è stato quello di NON trovare il personaggio nascosto: per far piacere ai bambini, i fornai belgi invece dei Re Magi o del Bambin Gesu’ infilano le macchinine di Cars oppure gli amici di Dora l’Esploratrice (mi sono sempre reputata buona conoscitrice di Cose Infantili e Cartoni Animati, ma non ho MAI sentito parlare di questa schifezzina che è Dora l’esploratrice). Questo vuol dire che due colleghe hanno avuto la fortuna di dover andare in giro con corone di carta decorate con Saetta McQueen e gli allegri animaletti amici di Dora. Come si divertono con poco i Belgi.

La felicità però mi impone di essere sincera, e di ammettere che sul cioccolato e i dolci belgi non c’è NULLA di cattivo da dire. Entrare in una cioccolateria è un tripudio di sensi, le praline sono perfettamente rotonde e buone e l’unico pensiero che si ha è che il paradiso deve avere più o meno la forma di una cioccolateria Godiva (magari con Johnny Depp a torso nudo che puccia le fragole nel cioccolato). Il Museo del Cioccolato è un posto in cui paghi 4 euro e 50 per due stanzette in cui la storia del cacao è riassunta in un paio di foto e di statue pseudo africane in stile molto post-coloniale; tuttavia, dopo aver visto il simpatico nonnino che prepara i cioccolatini davanti ai tuoi occhi e dopo aver gustato il biscotto speculoos intinto nel cioccolato, tutto ciò che puoi pensare è che la vita è meravigliosa, e che 4.50 non sono abbastanza per un’ora in un luogo così prossimo al Grande Dio del Cioccolato.

Si potrebbe quindi pensare che, se il Belgio è cosi’ famoso per il cioccolato, la cioccolata in tazza sarà buonissima. Bene, ordinando una cioccolata in un bar chic si ottiene un bicchiere di latte caldo con accanto una tazzina di micro pezzetti di cioccolato. L’effetto a vedersi è molto bello, perché i pezzettini si sciolgono deliziosamente nel latte, ma il risultato è più o meno quello di una tazza di Nesquik. Da dimenticare la bella Ciobar densa con su la pellicola di cioccolato.
La cioccolata nei bar meno belli si presenta invece come una strana brodaglia marrone orrendamente simile a quella che nelle macchinette viene definita “bevanda al gusto di cioccolato”. Ed è proprio cosi’: di solito ciò che viene utilizzato è il Cécemel, intruglio acquistabile in tutti i supermercati e che, a mio parere, dovrebbe essere giudicato un crimine contro l’umanità. E soprattutto è criminale il barista che, invece di ricordarsi di essere cittadino della Patria del Cioccolato, prende una bottiglietta di Cécemel, la scalda sommariamente con il getto di aria calda per fare le bolle del cappuccino e ti dice “Ecco la tua cioccolata in tazza”.

Poi c’è lo Speculoos. Lo Speculoos è il biscotto più buono del mondo, e soprattutto contiene della droga. Non ne ho le prove scientifiche ma ne sono sicura: una volta che si inizia a mangiare gli Speculoos non si riesce più a smettere, e si inizia a volere acquistare la crema di speculoos, il gelato Hagen Datz allo speculoos, lo speculoos integrale, e tutto ciò che assomigli vagamente ad uno speculoos. Ho trovato libri di ricette che suggerivano il maiale allo speculoos e l’anatra allo speculoos. Certo, può sembrare disgustoso, ma i Belgi sono artefici del loro male, avendo creato un biscotto che da dipendenza e che si metterebbe ovunque. Un po’ come gli Svizzeri con l’Ovomaltina.

I Belgi non perdono il loro peculiare senso dell’umorismo nemmeno quando si tratta di biscotti. Lo speculoos infatti viene fatto in molteplici forme, come per esempio San Nicola, che funge un po’ come Babbo Natale da noi. La forma preferita però è, indovinate un po’, quella del Manneken Pis: il celeberrimo bambino che piscia sotto forma del biscotto più buono del mondo! In famosi negozi di speculoos come Dandoy è anche possibile acquistare lo stampino del Manneken Pis per fare a casa propria tanti biscottini con questa forma. E non mi dite che è ancora alla moda fare i biscotti a Natale a forma di alberelli e stelline!

Sempre perché la vita è meravigliosa, Bruxelles è invasa dai saldi. Nella prossima puntata, oltre a vantarmi di aver trovato un nuovo lavoro, esploreremo il favoloso mondo della moda belga.

(Traduzione della barzelletta per i non francofoni: Un Belga in un café domanda al cameriere “Potrei avere ancora una zolletta di zucchero?”. “Ma signore, gliene ho già portate dieci!” “E allora? Non è colpa mia se si sciolgono tutte!”)

Pioggia&Pioggia

Pourquoi en Belgique il n'y a plus de parapluie ? Parce que les Belges les utilisent sur le toit de leurs maisons comme antenne satellite



La prima parte delle feste è passata, e vorrei iniziare il post augurandovi Buon Natale. E anche segnalandovi un blog molto bello: http://noubs.wordpress.com/, Quando un giorno entrerò nel magico mondo della tecnologia e capirò come fare, lo metterò anche tra i preferiti del mio blog.

Natale è stato un tripudio di cibo, luoghi comuni, saluti ad amici e parenti, regali (meno comunque del cibo), shopping, cioccolato e buoni sentimenti, conditi da un paio di classici Disney alla TV e da alcune speculazioni sul fatto che il mio bisnonno potrebbe essere il figlio illegittimo di una famiglia nobile. Ho potuto dilettarmi con le classiche risposte da Italiani all’estero alle domande stereotipate:

-Ma allora, non torni più in Italia? Preferisci stare a Bruxelles?
-Non è questione di preferire.. al momento non c’è molta scelta, con la crisi che abbiamo qui in Italia! (alzata di spalle drammatica e piegamento di sopracciglia, che vuol dire più o meno “Li a Bruxelles mi coprono d’oro e prendo decisioni importantissime, altro che le mie amiche qui che prendono lo stipendio minimo e passano le giornate su facebook”. Adoro lasciar credere alla gente di essere una donna in carriera).

L’ hobby preferito dell’Italiano a Bruxelles, una volta rientrato in patria, è lamentarsi del tempo.
-Ma com’è il tempo in Belgio?
-Oh, tremendamente freddo!

E questa è una gran palla. Il Belgio non è freddo, non per me almeno. Sono cresciuta all’ombra delle Alpi, sono abituata a mettermi piumini, sentirmi gelare il naso la mattina e passare giornate intere attaccata al termosifone. Però fin da piccola ho imparato il ciclo della natura: d’estate fa caldo, in autunno meno, d’inverno fa freddo, in primavera comincia a tornare il caldo.
Il ciclo della natura in Belgio non esiste.

Il tempo Belga è schizofrenico e strano almeno quanto i suoi abitanti. La gente non fa mai il cambio di vestiti negli armadi, perché ad Agosto potrebbero esserci due gradi (la temperatura che mi ha accolta quando sono arrivata la prima volta e mi ha subito fatta precipitare in cupa depressione), e ad Aprile trenta. I Belgi talvolta si vantano di avere quattro stagioni, ma tutte in un giorno.
Se Vivaldi fosse nato in Belgio, per prima cosa si chiamerebbe Antoine Vivaldì oppure Anthon Van Vivald, e invece delle “Quattro Stagioni” avrebbe composto “La lunga giornata”. Sarebbe stata una sinfonia dove note allegre si susseguono a note tristi, gli acuti e i gravi sono mischiati senza un senso e alla fine i violini si alzano in piedi e prendono a sbattere sconsolati i loro strumenti per terra.

Poi, la pioggia, la tanto celebrata drache. Presente quel detto africano per cui una gazzella ogni giorno si alza e sa che dovrà correre più veloce del leone? Bene, ogni giorno un Belga si alza e sa che pioverà. Non importa se ci sono trenta gradi e il meteo mette sole, pioverà. Per questo motivo anche io sono stata colta da una sorta di fatalismo e ho smesso di portarmi dietro l’ombrello, stirarmi i capelli e mettermi i sandali: se pioverà, io mi bagnerò, non c’è soluzione. Ho comprato un cappello, ma è piuttosto per moda.
La schizofrenia del tempo è forse una delle cause dell’incapacità dei Belgi di vestirsi (al quale dedicheremo un post a parte). Non sapendo mai che tempo farà, i Belgi fanno a meno di guardare il meteo sull’iphone che non ci azzecca mai ed escono con abbinamenti improponibili, tipo infradito e maglione, prendisole e trench in lana, bermuda e guanti. In questo modo sono facilmente adattabili.

Jacques Brel, una sorta di pilastro della cultura belga (che tutti prendono oltretutto per francese), cantava in una canzone che credo piaccia a mio padre che “il cielo di Bruxelles è basso”, o qualcosa del genere. Aveva ragione. In Italia il cielo mi sembra alto almeno due o trecento metri, mentre in Belgio sarà massimo una decina. E tutto è grigio, perché il cielo è cosi’ basso che il sole non arriva. In Italia mi sembra sempre che ci sia tantissimo sole, mi fanno quasi male gli occhi, perché io sono abituata a questo grigio di cielo, cose e persone. Quando diventerò un’artista famosa questo sarà ricordato come il mio periodo grigio.
Ogni volta che vado via da Bruxelles e poi ci torno, dall’aereo faccio sempre il Saluto al Sole. Che non è un rituale orientale, ma è solo il guardare tristemente fuori dal finestrino prima che l’aereo inizi l’atterraggio e fare “ciao ciao” con la manina al sole, perché so che non lo rivedrò fino al prossimo viaggio.
Oltretutto, le nuvole in Belgio si muovono ad una velocità supersonica.

I belgiofili amano dire che tutto sommato il tempo a Bruxelles non è cosi male, e tutto sommato ci si abitua. Anche io dicevo cosi’, quando a Ferragosto ero in un bar con una cioccolata calda tra le mani, quando sono rimasta chiusa un’ora in ufficio perché la pioggia aveva inondato la strada e quando mi sono accorta che alla fine dell’estate avevo il colore verde delle lucertole e le occhiaie profonde di chi vive in una grotta. Poi arriva il momento di ammetterlo: il tempo a Bruxelles è una totale merda, e si, vorrei fare gli aperitivi all’aperto le sere di primavera senza tornare a casa fradicia, si, vorrei prendere il sole d’estate, si, vorrei svegliarmi la mattina e sapere se con una camicia morirò di freddo o di caldo.

Forse un giorno scoprirò che Dio c’è e nonostante io abbia scritto svariate cose contro di lui mi vuole bene, e allora farà si che io vinca un dottorato in California e smetta di produrre pelle squamata e branchie. Oppure scoprirò che il mio bisnonno era nobile davvero, i suoi eredi divideranno volentieri con me le ville e i palazzi che posseggono, io venderò tutto e me ne andrò alle Hawaii a fare la blogger e la coltivatrice di noci di cocco.
Potrebbe essere un ottimo obiettivo per il 2012.

(Traduzione della barzelletta per i non francofoni: perché in Belgio non ci sono ombrelli? Perché i Belgi li utilizzano sui tetti delle case come antenne satellitari)